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Richiesta di preghiere

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Le intenzioni saranno oggetto della preghiera comunitaria durante l'incontro del
Gruppo di Preghiera Regina della Pace ogni Giovedì.

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sabato 21 dicembre 2013

La visitazione di Maria

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Dal «Commento su san Luca» di sant'Ambrogio, vescovo

La visitazione di Maria

L'angelo, che annunziava il mistero, volle garantirne la veridicità con una prova e annunziò alla vergine Maria la maternità di una donna vecchia e sterile, per dimostrare così che a Dio è possibile tutto ciò che vuole. Appena Maria ebbe udito ciò, si avviò in fretta verso la montagna, non perché fosse incredula della profezia o incerta dell'annunzio o dubitasse della prova, ma perché era lieta della promessa e desiderosa di compiere devotamente un servizio, con lo slancio che le veniva dall'intima gioia. Dove ormai, ricolma di Dio, poteva affrettarsi ad andare se non verso l'alto? La grazia dello Spirito Santo non comporta lentezze.
    Subito si fanno sentire i benefici della venuta di Maria e della presenza del Signore. Infatti «appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, esultò il bambino nel seno di lei, ed ella fu ricolma di Spirito Santo» (cfr. Lc 1, 41). Si deve fare attenzione alla scelta delle singole parole e al loro significato. Elisabetta udì per prima la voce, ma Giovanni percepì per primo la grazia; essa udì secondo l'ordine della natura, egli esultò in virtù del mistero; essa sentì l'arrivo di Maria, egli del Signore; la donna l'arrivo della donna, il bambino l'arrivo del bambino. Esse parlano delle grazie ricevute, essi nel seno delle loro madri realizzano la grazia e il mistero della misericordia a profitto delle madri stesse: e queste per un duplice miracolo profetizzano sotto l'ispirazione dei figli che portano.
    Del figlio si dice che esultò, della madre che fu ricolma di Spirito Santo. Non fu prima la madre a essere ricolma dello Spirito, ma fu il figlio, ripieno di Spirito Santo, a ricolmare anche la madre.
    Esultò Giovanni, esultò anche lo spirito di Maria. Ma mentre di Elisabetta si dice che fu ricolma di Spirito santo allorché Giovanni esultò, di Maria, che già era ricolma di Spirito santo, si dice che allora il suo spirito esultò. Colui che è incomprensibile, operava in modo incomprensibile nella madre. L'una, Elisabetta, fu ripiena di Spirito Santo dopo la concezione, Maria invece prima della concezione.
    «Beata - disse - tu che hai creduto» (cfr. Lc 1, 45). Ma beati anche voi che avete udito e creduto: ogni anima che crede concepisce e genera il Verbo di Dio e riconosce le sue opere.
    Sia in ciascuno l'anima di Maria per magnificare il Signore; sia in ciascuno lo spirito di Maria per esultare in Dio. Se c'è una sola madre di Cristo secondo la carne, secondo la fede, invece, Cristo è il frutto di tutti, poiché ogni anima riceve il Verbo di Dio, purché, immacolata e immune da vizi, custodisca la castità con intemerato pudore. Ogni anima, che potrà mantenersi così, magnifica il Signore come magnificò il Signore l'anima di Maria, e il suo spirito esultò in Dio salvatore.
    Come avete potuto leggere anche altrove: «Magnificate il Signore con me» (cfr. Sal 33, 4), il Signore è magnificato non perché la parola umana possa aggiungere qualcosa alla grandezza del Signore, ma perché egli viene magnificato in noi. Cristo è l'immagine di Dio: perciò l'anima che compie opere giuste e pie magnifica l'immagine di Dio a somiglianza della quale è stata creata, e mentre la magnifica, partecipa in certo modo alla sua grandezza e si eleva.

Preparazione alla Confessione

 

Messaggio di Medjugorje, 25 novembre 1998

"Cari figli! Oggi vi invito a prepararvi alla venuta di Gesù. In modo particolare preparate i vostri cuori. Che la santa confessione sia per voi il primo passo della conversione, e quindi, cari figli, decidetevi per la santità. Che la vostra conversione e la decisione per la santità cominci oggi e non domani. Figlioli, io vi invito tutti sulla via della salvezza e desidero mostrarvi la strada verso il paradiso. Perciò, figlioli, siate miei e decidetevi con me per la santità. Figlioli, accettate la preghiera con serietà e pregate, pregate, pregate. Grazie per aver risposto alla mia chiamata. "

PREPARAZIONE ALLA CONFESSIONE
Medjugorje, 07/10/13
Padre Luigi, cappuccino

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Amen.


Leggiamo il Vangelo. Da Luca.
“Si avvicinavano a Lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarLo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: ‘Costui accoglie i peccatori e mangia con loro’. Ed Egli disse loro questa parabola: ‘Chi di voi se ha 100 pecore e ne perde una non lascia le 99 nel deserto e va in cerca di quella perduta finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia, se la carica sulle spalle; va a casa; chiama gli amici e i vicini e dice loro: ‘Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora, quella che si era perduta’.
Io vi dico: così vi sarà gioia nel Cielo per un solo peccatore che si converte più che per 99 giusti, i quali non hanno bisogno di conversione.
Oppure quale donna se ha 10 monete e ne perde una non accende la lampada e
spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata chiama le amiche e le vicine e dice: ‘Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la moneta che avevo perduto’
Così Io vi dico: Vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte.
Disse ancora: Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: ‘Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta’. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. . Pochi giorni dopo il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci, ma nessuno gli dava nulla.
Allora ritornò in sé e disse: ‘Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza ed io qui muoio di fame. Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: ‘Padre, ho peccato verso il cielo e davanti a te. Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare. Mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso. Ammazzatelo. Mangiamo e facciamo festa. Perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze. Chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò e non voleva entrare. Il padre allora uscì a supplicarlo. Ma Egli rispose a suo padre: ‘Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito ad un tuo comando e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo, ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.
Parola del Signore.
Lode a te o Cristo.

Siamo partiti dalla Parola di Dio innanzi tutto, quella che illumina il cammino e ci aiuta a capire anche dove collocare questo sacramento importantissimo che è la Riconciliazione, che è un dono straordinario che Dio fa alla Sua Chiesa. Và bene...
I sacramenti sono i doni che Gesù ha fatto alla Sua Chiesa, cioè a noi, ad ognuno di noi, per il nostro bene, per la nostra vita. Tra questi sacramenti c’è quello della Riconciliazione, del quale abbiamo una paura grandissima.
Ed invece di avere paura dovremmo avere un altro atteggiamento nei confronti di questo sacramento. Perché vedete: quando il Signore si è trovato a cena con questi uomini e queste donne che erano dei peccatori pubblici, dinnanzi all’indignazione dei farisei che credevano di essere giusti e di meritarsi in qualche modo la stima, l’Amore di Dio, il credito che Dio doveva loro, perché facevano qualcosa, Gesù tira fuori queste tre parabole che ci aiutano un attimino a capire come Dio vede il perdono, come lo pensa, cosa succede quando questo avviene.
La prima cosa che salta agli occhi è una: chi è che prende l’iniziativa per riconciliarsi con noi è Dio. Non siamo noi. Noi rispondiamo. Chi dice: “Chi di voi ha 100 pecore e ne perde una lascia le 99 e va a pigliare quella che si è perduta?” Nessuno. Noi diremmo: “Mi è andata bene. Ne ho perso solo una”. Invece no. Dio ti fa capire l’importanza della tua vita per il fatto che Lui stesso è il primo che freme quando noi ci distacchiamo da Lui, quando noi ci perdiamo con il peccato. Il primo che freme, che si mette alla ricerca, è Dio stesso. E’ Gesù.
Quindi quando noi sentiamo questo desiderio di andarci a confessare è arrivata prima la Grazia di Dio. E’ Gesù che ci ha raccattati. Allora... Da una parte la premura di Dio nei nostri confronti, dall’altra, quando Dio ci ha trovati - dice Gesù - che fa quel pastore? Se la prende; se la mette sulle spalle; la porta a casa; chiama gli amici e fa festa.
Quando ci andiamo a confessare è un atto di Amore incredibile di Dio nei nostri confronti, il Quale davvero si carica la nostra vita sulle spalle. E Dio vive la gioia.
Quando ci andiamo a confessare, invece di avere paura di andarci a confessare, paura del giudizio del prete, paura di farsi vedere per quello che si è, paura di se stessi, paura del giudizio di Dio, pensiamo e ripensiamo a questa parabola. E’ Gesù stesso che ci ha già trovati quando abbiamo il desiderio di andarci a confessare.
Quando entriamo in quel sacramento pensiamo che davvero Dio gioisce di noi.
Io dico sempre - lo dico anche a me stesso : “Che si fa oggi? Beh, oggi andiamo a dare una gioia a Dio. Mi vado a confessare”. Diamo una gioia a Dio. C’è più gioia in cielo per quel peccatore che è tornato alla vita attraverso la confessione, attraverso il perdono, più che per i 99 che sono rimasti lì, che non hanno bisogno di conversione. Ecco la gioia di Dio.
Quando noi accogliamo il Suo perdono. Perché nella Riconciliazione avviene questo. Noi accogliamo l’Amore di Dio. Signore, Sì, amami davvero.
Allora... La gioia è un atto di amore. Dio stesso ci cerca.
Sapete cosa c’è in questo grande sacramento? E’ un sacramento di guarigione.
Il figlio che si è perduto, stramazzato, pieno di pezze, torna e viene ristabilito nella dignità di figlio. Un sacramento di guarigione, perché il peccato ci ferisce. Gesù ci guarisce e ci ridà quella dignità di figli che noi perdiamo con il peccato. Perché l’altro risvolto sapete qual è? Quando noi pecchiamo sapete cosa avviene dentro di noi? Quello che è successo al figliol prodigo. Anzi a questo figlio... E’ il padre che è misericordioso...
Cosa succede a questo figlio? Pensate al tragitto che fa: va dal padre e gli dice: “Mi dai l’eredità che mi spetta?” Quand’è che ci spetta l’eredità? Se ci rimane qualcosa del babbo e della mamma è quando muoiono. Quindi questo
figlio cosa ha detto al padre? Questo figlio sta dicendo al padre: “Tu per  me sei morto. Non esisti”. Ok? Quando noi commettiamo il peccato facciamo la stessa e identica cosa. Il problema è che se il padre è morto tu sei orfano.
L’esperienza del peccato ci fa fare questa cosa: ci smarriamo, ci perdiamo. Il peccato dentro di noi fa proprio questo.
Cosa fa il peccato? L’altra conseguenza è questa: ci mette fuori dalla casa del Padre. Sono orfano e alla fine arrivo ad essere anche povero, indigente. Perché quest’uomo ritorna dal padre? Perché ha fame; perché è a digiuno. Non è tornato perché ama il padre. Il primo movimento di questo figlio non è l’amore per il padre, è il bisogno che ha. Si scopre che ha un bisogno.
“Voglio mangiare. Almeno lì mi danno da mangiare”. Va bene? Tante volte noi
ci andiamo a confessare per la stessa e identica motivazione. Perché mi sento male; perché mi sento sporco; perché mi sento così... Vero? Mica ci andiamo a confessare per amore di Dio. O no? Mi sbaglio? Il nostro primo moto, a volte, quando ci andiamo a confessare è proprio questo: perché scopriamo una condizione brutta e ho bisogno di... Va bene... Basta che si ritorni.
Allora... Nel ritorno di questo figlio noi cosa vediamo? Che il padre lo attendeva. Non vedeva l’ora che tornasse. Non si è dimenticato di lui.
Questo succede nella confessione. Dio non si è dimenticato di noi. Anche se noi lo abbiamo ucciso come nostro padre, Lo abbiamo rifiutato; abbiamo voluto fare di testa nostra, fregandocene del Suo amore, Lui però non si  stanca mai di noi. Non si dimentica mai di noi.
Il figlio ritorna e cosa succede? In quell’abbraccio il padre gli fa sperimentare tutto l’amore che ha e gli ridà la dignità di figlio:
“Rivestitelo, anello al dito, calzari ai piedi”. Essere figlio, padrone e libero. Perché prima era schiavo.
Il peccato ci rende schiavi.
Vi ricordate, nel Vangelo di Giovanni, ad un certo punto Gesù, dopo la moltiplicazione dei pani, lo vogliono far re. Lui se ne va. Molti credettero in Lui per il segno. Che dice Gesù? Dice questo: “Se credete nel Figlio il Figlio vi farà conoscere la Verità e la Verità vi farà liberi”. E cosa dicono: “Ma noi siamo liberi! Siamo figli di Abramo. Non siamo schiavi di nessuno”. E Gesù dice: “Chiunque commette il peccato diventa schiavo del peccato”.
Tante volte noi facciamo tante cose... Non vorremmo farle, ma non sappiamo come fare a meno di fare quel peccato, perché siamo davvero schiavi. Nella confessione veniamo liberati da questa schiavitù. Va bene? Gesù ci ridà la libertà. Ci rimette in mano il dono più prezioso: la nostra volontà, la nostra libertà, che ci rende immagine e somiglianza di Dio. Capaci di avere una relazione nell’amore, perché l’amore si fa nella libertà, non nella costrizione. Riceviamo di nuovo la libertà, la dignità di figli. Entriamo nella gioia anche noi. Facciamo festa. Quel figlio ha fatto festa col padre.
Per arrivare a questo, però, il figlio cosa ha dovuto fare? Capire che aveva bisogno di tornare; c’è tornato; ha chiesto perdono, ha riconosciuto il proprio peccato. Ha riconosciuto la propria miseria. Il padre non si è buttato addosso e subito gli ha detto: “Non vi preoccupate. Spogliatelo, mettetegli l’anello al dito...” No! Vi ricordate? Il figlio ha detto: “Tornerò da mio padre e gli dirò: Ho peccato contro il cielo e contro di te. Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Fammi essere tuo servo. Mettimi tra i garzoni”. Quando è tra le braccia del padre il padre gli fa dire: “Ho peccato contro il cielo e contro di te. Non sono più degno di essere tuo figlio”. Gli fa prendere la coscienza di ciò che ha vissuto con il peccato. Così Dio ci rende responsabili, perché ci aiuta a capire il dono che abbiamo perso. Così quando ce lo ridà lo teniamo da conto. Non gli fa dire, però: “Tratta me come un servo”. Perché Dio non ci umilia mai. Non ha bisogno di umiliarci, nel senso di dire: “Ecco, vedi che te l’avevo
detto...” Ha bisogno che noi comprendiamo quello che avevamo perso, per il
nostro bene.

 

Fonte: IdM (Trascrizione curata da Andrea Bianco)

lunedì 16 dicembre 2013

A un passo dall’Apostasia

A un passo dall’apostasia

“Siamo poveri, umiliati. E’ una chiesa scoraggiata”. La parresìa di un cardinale

Vorrei che questo incontro fosse uno scambio di testimonianza, ma anche di riflessione teologica sulla nostra missione nel mondo di oggi. Comincio con un breve accenno alla diocesi di Vienna, dove siamo solo poco più di un milione di fedeli. La decrescita dei cattolici a Vienna è drammatica. Siamo ormai sotto il quaranta per cento, e tra non molto arriveremo al trenta per cento. E questo per tre ragioni fondamentali: innanzitutto la demografia, che colpisce quasi tutte le confessioni religiose. In secondo luogo, un fenomeno sempre più diffuso è rappresentato dall’uscita civile dalla chiesa. Da noi, in Austria, basta andare da un magistrato e non sei più cattolico. Qualcuno lo fa perché non vuole più pagare le tasse, altri perché già da tempo non partecipano alla vita della chiesa cattolica. Ogni anno perdiamo l’uno per cento di cattolici, gente che defeziona. Non dico che è apostasia, ma è drammatico. In dieci anni, con questo trend, avremo perso più del dieci per cento di cattolici. Terza e ultima ragione, la continua perdita di prassi religiosa, cui hanno contribuito anche i gravi scandali che hanno ferito molti fedeli. Anche il mio predecessore Hans Hermann Groër dovette lasciare l’incarico di arcivescovo in seguito alle accuse di pedofilia. Siamo diventati poveri, umiliati. Poveri non economicamente, ma umanamente. E’ una chiesa scoraggiata.

Quando sono entrato nell’ordine domenicano, alla matura età di diciotto anni – la mia mamma mi diceva che ero troppo giovane, ma io ero felice così – era il 1963, appena prima della crisi. Allora, avevamo quattro conventi domenicani in Austria, oggi ne rimane uno solo. Gli altri tre sono stati chiusi. E’ un dolore, ma nello stesso tempo, durante il mio episcopato, abbiamo potuto fondare quattro nuovi monasteri a Vienna, di nuove comunità monastiche. Loss and gain, diceva John  Henry Newman, perdita e guadagno. Come vivere, allora, questa situazione di chiesa umiliata, diminuita, scoraggiata? Come uscirne? Penso che il Signore ci abbia condotto su un cammino in cui chiede di non concentrarci sui problemi, ma di ricordarci ciò che Dio fa per noi.

La prima intuizione della missione è  quella riscontrabile negli Atti degli Apostoli e vorrei accennare tre passi di questo libro che sono diventati per noi un faro, una guida. Il primo è l’ultimo passaggio, l’ultimo versetto, capitolo 28. Quando Paolo arrivò a Roma, trascorse due anni interi nella casa presa in affitto. Lì accoglieva tutti quelli che venivano da lui, annunciando il Regno di Dio e insegnando le cose riguardanti Gesù Cristo. E le ultime due parole degli Atti degli Apostoli sono “meta parresias akolytos”, con tutta franchezza e senza impedimento. Così si conclude il libro degli Atti degli Apostoli, con Paolo che parla in modo franco e akolytos, senza impedimenti. E’ un paradosso: Paolo prigioniero annuncia il Regno di Dio con franchezza e senza impedimento. Questo testo è rimasto per noi come un motto per il cammino intrapreso negli ultimi anni.

Il secondo testo è quello del capitolo 15. Abbiamo meditato insieme il processo del cosiddetto Concilio di Gerusalemme, un problema enorme di conflitto attorno all’obbligo della legge della circoncisione per i pagani battezzati. Ebbene, non discussero il problema, non si sono focalizzati sulle criticità. Hanno ascoltato l’esperienza dell’uno e dell’altro. Il cristianesimo è una comunità di racconti, e penso che dobbiamo riscoprire il raccontarci a vicenda ciò che Dio fa nella nostra vita. E questo dà gioia. L’idea dell’accoglienza l’abbiamo tradotta nelle nostre assemblee diocesane. A Vienna ne abbiamo fatte quattro, nel Duomo di Santo Stefano, con uno stile di ascolto e preghiera. Ascoltare le esperienze dell’altro, come accaduto con la lettura degli Atti degli Apostoli, pagine molto meditate. 
Quando Papa Benedetto ha visitato l’Austria nel 2007, abbiamo proposto a tutte le parrocchie di scrivere la continuazione degli Atti. Raccontare ciò che si era sperimentato dell’opera di Dio nella vita di ciascuno, nella comunità, nella parrocchia negli ultimi cinque anni. Abbiamo raccolto cinque grandi libri e li abbiamo portati al Papa. Alla fine del viaggio, nel santuario mariano di Mariazell, Benedetto XVI ha riconsegnato ad alcuni dei consiglieri pastorali un libro di quel passo del Vangelo, dicendo loro di continuare a scrivere gli Atti degli Apostoli.

L’ultima assemblea diocesana, ad ottobre, si è focalizzata su un brano molto ricco, il naufragio di Paolo a Malta. Alcuni hanno detto che eravamo pazzi, per l’immagine che davamo della chiesa. La chiesa non fa naufragio, ma abbiamo meditato a lungo insieme. E’ stata una bella esperienza. Papa Benedetto ha detto che “il rinnovamento della missionarietà della chiesa verrà dalla lectio divina”. E in millecinquecento delegati, divisi in gruppi, abbiamo fatto questa esperienza: prendere il testo del naufragio di Malta per vedere e meditare ciò che è accaduto; per capire ciò che questo dice sulla nostra situazione. E’ stato molto fruttuoso. Mai avrei pensato che si poteva lavorare così bene con un testo così scioccante. Il gruppo di Paolo ha perso tutto, la nave, il grano che era nelle stive. Tutto. Eppure, tutti sono sopravvissuti. Paolo lo diceva, “nessuno perirà, la vostra vita sarà salva”. Abbiamo meditato sul passaggio in cui si narra lo sbarco sull’isola, naufragati. E la gente del luogo si mostrò fin da subito ben intenzionata nei loro confronti. Quanta bontà esiste in questo mondo secolarizzato, in questo mondo attuale.

Dobbiamo essere pronti a perdere tutto per essere arricchiti dagli altri. Questo cammino l’abbiamo messo sotto il titolo “Mission first”, perché oggi tutto si deve dire in inglese. Prima la missione. Ma lo dico con sincerità, siamo molto poveri. Non posso portarvi gloriose esperienze di missione, perché la missione bisogna scoprirla. A tal proposito, devo dire una parola riguardo al Sinodo sull’evangelizzazione che si è svolto a Roma nel 2012. Sono rimasto abbastanza deluso. Il primo giorno mi sono permesso di chiedere ai miei confratelli vescovi e cardinali: “Parliamo delle nostre esperienze, ma non delle esperienze della gestione della curia, ma delle esperienze di missione”. I vescovi dovrebbero essere i primi evangelizzatori. Invece, cosa abbiamo fatto? Ognuno nel suo bel discorso, ben preparato, ha messo l’etichetta “evangelizzazione” su tutto ciò che già facciamo come vescovi. Certo, la preparazione al battesimo è missione, la preparazione del matrimonio pure. Tante cose oggi nella nostra vita parrocchiale sono missione. Ma non sono evangelizzazione.

In questa, infatti, c’è qualcosa di particolare, di differente. Certo, tutto ciò che facciamo ha un impulso di evangelizzazione e di missione. Ma c’è una gioia speciale, indimenticabile nell’atto proprio dell’evangelizzazione. E questo si fa solo faccia a faccia. Si può evangelizzare con Twitter, internet, Facebook. Anche con i libri che scriviamo. Fa parte dell’insegnamento. Ma abbiamo bisogno dell’incontro faccia a faccia con una persona, perché quello è il momento in cui Cristo fa l’evangelizzazione. Vi racconto una cosa che facciamo a Vienna, che certamente non farà aumentare domani la presenza domenicale dei credenti né il numero dei cattolici. Alcuni anni fa abbiamo cominciato, per San Valentino, il 14 febbraio, a distribuire nelle stazioni della metropolitana e delle ferrovie, lettere di amore di Dio a te. Una lettera manoscritta, ma fatta con citazioni bibliche, in un modo molto personale. Alcuni si sono scandalizzati, dicendo che è impossibile rendere Dio così ridicolo, scrivendo lettere di amore. La mia gioia e anche sorpresa è che la maggior parte dei collaboratori della curia partecipa a questa azione. Tutti noi ci troviamo il 14 febbraio mattina nelle stazioni della metropolitana con queste lettere. Non direi che questa iniziativa è già evangelizzazione, ma è almeno qualcosa: scendere nella stazione della metropolitana, essere in questa situazione anche un po’ ridicola, con la gente che va di fretta, che non ha tempo di discutere. Ma questo atto di contatto faccia a faccia cambia forse anche loro.

Ecco perché dico che bisogna cambiare lo sguardo. Penso che la condizione della nuova evangelizzazione sia cambiare lo sguardo, guardare altrove. Non ho il tempo di confessare pubblicamente i miei sbagli nella missione, farò solo un esempio, risalente a tre o quattro anni fa. Andavo in treno da Innsbruck a Vienna. A bordo c’era un gruppo di giovani che mi hanno riconosciuto. Erano diciottenni che avevano già bevuto un po’, mi hanno sbeffeggiato. Io avevo il mio breviario e volevo essere lasciato essere in pace, stavo pregando. Allora ho fatto uno sforzo per concedere loro almeno un sorriso. A Salisburgo sono scesi tutti. Dovevano fare la maturità e andavano a festeggiare in Turchia, dove si fa tutto, si beve, e altro. Quando sono scesi dal treno, ho cominciato a piangere. Ho detto: “Signore, quale stupido servitore hai cercato. Qui c’erano una ventina di giovani che avevano finito la maturità, che mi avevano riconosciuto, il loro cardinale. E io non ho avuto nessuna parola di minimo interesse”. Avrei potuto chiedere com’era andata la maturità. Niente. Perché io avevo il mio breviario. Mai dimenticherò questo fallimento, questa occasione mancata di evangelizzazione. Non avrei dovuto parlare loro del Vangelo, ma dare uno sguardo, senza pensare a ciò che avrebbero fatto in Turchia. Ogni tanto penso che il Signore soffra per noi, così ciechi e duri. Per noi che non abbiamo il cuore di usare il suo sguardo di attenzione e compassione. Papa Francesco ci invita tanto a cambiare lo sguardo. Prima di mettere nelle caselle “divorziato”, “risposato”, bisogna chiedere “chi sei tu”, “che persona sei”. Io non ho una soluzione per questo e anche per ciò sono molto curioso di guardare cosa succederà al prossimo Sinodo, con il questionario.

Come fare per stare sulla strada della verità? Avete avuto quel bellissimo incontro delle famiglie, qui a Milano. Che bella la gioia di una famiglia credente. Ma oggi la famiglia è patchwork, è una famiglia fatta di divorziati, risposati. E’ tutto complicato. Come siglare un’alleanza tra la verità che libera e salva e la misericordia? Questa è la grande sfida della nuova evangelizzazione. C’è anche un pericolo attuale di vedere lo sviluppo di un neoclericalismo, perché vedo nel cambiamento della società e della chiesa molti nostri confratelli disorientati, che si chiedono dov’è il loro posto, cosa devono fare. C’è la tentazione di lasciar correre tutto e di chiudere. Io non so come trovare il cammino giusto. 
Io ho dovuto affrontare un caso che ha fatto il giro del mondo, riguardante la più piccola parrocchia della nostra diocesi. Con il parroco disattento a ciò che accadeva, fu eletto al consiglio pastorale un giovane che convive con un altro uomo. Ma è un giovane credente, che partecipa alla vita della parrocchia, che suona l’organo. Io ero davanti alla decisione se annullare questa elezione o lasciar stare. E’ stata una decisione molto difficile. Ho invitato questo giovane, e lui ha chiesto di poter venire con il suo partner, il suo amico. Sono venuti e ho visto due giovani puri, anche se la loro convivenza non è ciò che l’ordine della creazione ha previsto. Quella stessa settimana, la stampa austriaca era piena di storie sui gravissimi abusi di due monaci su alcuni allievi della loro scuola. Ebbene, io ho deciso di non mandare via il ragazzo. Lui mi aveva detto che non avrebbe partecipato alla comunione, che avrebbe capito la situazione. Rocco Buttiglione scrisse un bellissimo articolo sul Foglio per difendere il mio comportamento, che mi ha attirato molte critiche. Ma capisco, è un tema difficile. Io non sono d’accordo, per niente d’accordo, con il cosiddetto matrimonio gay. Nonostante ciò, ci sono situazioni dove dobbiamo guardare prima di tutto alla persona. Questa è la grande sfida che dobbiamo accogliere. Come vivere il Vangelo nella società secolare, dove siamo una minoranza. A Vienna posso dire che con quasi il sessanta per cento di matrimoni che finiscono in divorzio, la famiglia cristiana non rappresenta oggi la normalità, bensì l’eccezionalità. La normalità è ciò che viviamo con la patchwork family.

Cosa vuol dire questa situazione per noi preti? Penso che dobbiamo imparare di nuovo cosa vuol dire vivere nella diaspora. Siamo molto deboli, ma minoranza non vuol dire essere una setta. Per la prima delle nostre assemblee diocesane, io ho formulato cinque sì per delineare la nuova evangelizzazione. Il primo sì è il sì all’oggi, al nostro tempo. Lasciamo la nostalgia degli anni Cinquanta, quelli della mia infanzia, nel villaggio, quando la chiesa si riempiva di gente per tre volte ogni domenica. Tutti in chiesa. Lasciamo la nostalgia per la vitalità dei nostri oratori degli anni Cinquanta e Sessanta. Diciamo sì all’oggi: Dio ama questo mondo, e noi dobbiamo avere uno sguardo di amore, di simpatia al mondo nel quale viviamo. Amiamo l’oggi nel quale viviamo. Il secondo sì e un sì consapevole e deciso a quella che è la nostra situazione. La decrescita dei cattolici, il lasciare tante cose, il veder morire tante cose che amiamo. Un sì al “bel funerale”, come amano i viennesi. Sì, è la nostra situazione. Molte cose moriranno, ma Dio ci ama nella nostra situazione.

Lo studio del popolo d’Israele in esilio è una scuola tremenda per noi, oggi. Ma dobbiamo vedere i segni buoni nel nostro tempo. Anche laddove non c’è chiesa. Il terzo sì è il sì alla nostra vocazione comune di battezzati. Io insisto molto sul sacerdozio comune di tutti i battezzati. Tenere a mente la “Lumen Gentium”, testo capitale, nel quale si parla della relazione tra il sacerdozio comune dei battezzati e il sacerdozio ministeriale degli ordinati. Il Concilio parla di una differenza essentia et non gradu tantum, una differenza di essenza e non solo di grado. Differenza essenziale. Noi non siamo un grado superiore dell’essere cristiano. Il sacerdote ministeriale è essenzialmente a un altro livello del sacerdozio battesimale comune. Quando il cardinale Ratzinger è diventato prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, io ero già membro della commissione teologica internazionale e così ho conosciuto l’usciera del palazzo del Sant’Uffizio, Clelia. Nel 1982 o 1983, ho chiesto alla Clelia com’era il loro nuovo prefetto. E lei: “E’ un vero cristiano”. Ebbene, ecco, se questo si può dire di uno di noi, preti, vescovi, cristiani, è una bella testimonianza.

L’evangelizzazione si fa da veri cristiani e la loro vita è la loro testimonianza. San Francesco ha detto “annunciate a tutti il Vangelo, se necessario anche con parole”.Diceva questo perché è un vero cristiano. Questa è l’evangelizzazione. Alcuni preti mi hanno detto che parlo troppo del sacerdozio comune, chiedendomi qual è la parte che rimane loro. E’ vero, sì. Dove rimane la loro parte? Qual è il loro e nostro ruolo? Nella mia lettera di Natale per i preti di Vienna ho proposto un metodo molto semplice di lectio divina: per scoprire la nostra vocazione di preti, individuiamo quali immagini della Bibbia ci parlano al cuore. Sono tante immagini per i pastori, i preti, per i ministri. Quale immagine parla al cuore? Ho fatto alcuni esempi, ho parlato di me stesso, dicendo che l’immagine che mi tocca e che ho preso come stemma del mio episcopato è Vos autem dixi amicos, vi chiamo non più servi ma amici. Ed è l’immagine che ho io della chiesa, dei preti. Amici. Un’altra immagine che mi rappresenta è quella in cui Gesù chiama i dodici, mandandoli ad annunciare la parola.

Il quarto sì per una chiesa che impara passo a passo a essere in diaspora, in una diaspora feconda. La vita cristiana in diaspora è una vita di rappresentanza. In tutte le parrocchie, anche nei villaggi dove i partecipanti alla vita parrocchiale sono ormai minoranza, voi siete rappresentanti di molti. Vivete la vostra fede non solo per voi, ma anche per gli altri. Portateli come la Madonna con il mantello. Ognuno crede anche per gli altri, non solo per se stesso. Essere cristiano nella città secolare è essere rappresentante. Possiamo tanto imparare dagli ebrei. Loro hanno la convinzione che quando in una città ci sono dieci ebrei ciò sia una benedizione per quella città. Questo vale per tutti noi, rappresentanza come fuoco della nuova evangelizzazione.

L’ultimo sì è al nostro ruolo per la società. E questo anche se siamo minoranza, anche se politicamente in molti campi in Europa non abbiamo più il potere di imporre la legislazione che ci piacerebbe o che pensiamo corrisponda al diritto naturale. Pensiamo al discorso dell’aborto, dell’eutanasia, alle discussioni drammatiche che chiedono il diritto umano all’aborto, la limitazione della libertà di coscienza dei medici. Nonostante siamo pochi, abbiamo il ruolo del sale, che è sempre in minoranza. Non piacerebbe, infatti, una pasta dove il sale è in abbondanza. Le nostre parrocchie, le nostre comunità, i nostri movimenti, conventi, associazioni, sono una grande rete di carità, di misericordia, di coscienza sociale. E quanto più la rete sociale della società diventa debole, tanto più importante diventa l’impegno cristiano nella società.

di Christoph Schönborn

 

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lunedì 9 dicembre 2013

Commento di Padre Livio al messaggio del 2 dicembre 2013

"Cari figli, con materno amore e materna pazienza, guardo il vostro continuo vagare ed il vostro smarrimento. Per questo sono con voi. Desidero anzitutto aiutarvi a trovare e a conoscere voi stessi, affinché poi possiate capire e riconoscere tutto ciò che non vi permette di conoscere sinceramente e con tutto il cuore l’amore del Padre Celeste.  Figli miei, il Padre si conosce per mezzo della Croce. Perciò non rifiutate la Croce: col mio aiuto, cercate di  comprenderla ed accoglierla. Quando sarete in grado di accettare la Croce, capirete anche l’amore del Padre Celeste. Camminerete con mio Figlio e con me. Vi distinguerete da quelli che non hanno conosciuto l’amore del Padre Celeste, da quelli che Lo ascoltano, ma non Lo comprendono, non camminano con Lui, non L’hanno conosciuto. Io desidero che voi conosciate la verità di mio Figlio e siate miei apostoli; che, come figli di Dio, vi eleviate al di sopra del pensiero umano e, sempre e in tutto, cerchiate nuovamente il pensiero di Dio. Figli miei, pregate e digiunate per poter comprendere tutto quello che vi chiedo. Pregate per i vostri pastori e bramate di conoscere, in comunione con loro, l’amore del Padre Celeste. Vi ringrazio".

Commento di Padre Livio al messaggio del 2 dicembre 2013

Come spesso accade, i messaggi dati alla veggente Mirjana sono più lunghi ed anche più complessi rispetto a quelli più semplici, ma non meno profondi, dati alla veggente Marja. La distinzione è che quelli dati alla veggente Marja sono più rivolti ai fedeli, quelli dati alla veggente Mirjana sono più rivolti a quelli che sono lontani. La Madonna viene il 2 di ogni mese per pregare per quelli che non credono e sono lontani da Dio.

“Con materno amore e con materna pazienza, guardo il vostro continuo vagare ed il vostro smarrimento”, l’inizio del messaggio si apre con lo sguardo materno e paziente di Maria verso coloro che non avendo la fede non hanno neanche la meta, l’obiettivo, il fine della vita e quindi vagano qua e là nel labirinto del mondo e spinti dalla fame di mondo, si aggirano, prendendo le cose del mondo finché poi come una candela si spengono, finché morte non li colga.

È sintomatica questa espressione: vagare e smarrimento, vagano qua e là e sono smarriti, come quelli che non sanno né da dove vengono né dove vanno. “Per questo sono con voi”, la Madonna è qui da così tanto tempo, perché stiamo vivendo una grande apostasia, lo smarrimento della fede. Siamo travolti dall’impostura anticristica, che, come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica, è la presunzione dell’uomo di salvare se stesso abiurando la verità, abiurando Gesù Cristo. Il frutto, la conseguenza è il continuo vagare nello smarrimento e nell’angoscia e la disperazione. Quante volte la Madonna usa queste espressioni:angoscia e disperazione, per questo è qui con noi: per indicarci la meta e colui che ci porta alla meta che è Cristo.

“Desidero anzitutto aiutarvi a trovare e a conoscere voi stessi, affinché poi possiate capire e riconoscere tutto ciò che non vi permette di conoscere sinceramente e con tutto il cuore l’amore del Padre Celeste”. La Madonna ci dice - io desidero innanzitutto che prendiate in esame la vostra situazione, vi rendiate conto in che situazione di smarrimento, di continuo vagare, di angoscia, di inquietudine, senza pace, senza speranza, scontenti vi trovate - tutte espressioni che la Madonna ha ripetuto in questi anni e soprattutto immersi nel peccato e quindi nella seduzione delle false luci, delle false gioie - desidero che prendiate consapevolezza, coscienza che state affogando, che siete sulla via della rovina, che siete accecati, che siete prigionieri del male e tutto questo vi impedisce di vedere e di capire l’amore del Padre Celeste -.

Qui si apre la fase positiva. Prima la Madonna dice - voglio che capiate che siete sulla via della rovina -, e poi la Madonna ci propone la via della salvezza e la via della salvezza è la via della Croce.

Che cos’è la Croce? Lo dice San Paolo: la Croce è la morte al peccato, crocifiggere l’uomo vecchio. Il Padre celeste si conosce rinunciando al peccato, crocifiggendo l’uomo vecchio, prendendo la Croce.

Qualcuno ci potrebbe fare questa obiezione, ma come mai siamo in Avvento e la Madonna ci parla della Croce?

Il tempo dell’Avvento è il tempo della gioia, ma è anche il tempo della Croce, perché la conversione, che è il tema fondamentale dell’Avvento, che è l’essenza della testimonianza del Battista: “convertitevi”, che è il profeta dell’Avvento insieme a Maria, la conversione, la morte al peccato è una vera Croce, perché bisogna crocifiggere le passioni, bisogna crocifiggere l’io egoistico, bisogna rinunciare al male.

La Madonna stessa, con San Giuseppe e il Bambino Gesù hanno vissuto il mistero della Croce fin dal Natale. Dice San Paolo “il mistero della Croce è iniziato nel momento in cui il figlio di Dio, non ritenendo una sua proprietà essere come Dio, si è fatto uomo, ha annientando se stesso facendosi obbediente”, la kenosi, cioè l’abbassamento, l’umiliazione incominciata con l’incarnazione e continuata sino alla passione e la morte in Croce.

Il Natale è già il tempo della Croce, come è messo in luce dagli Evangelisti, specialmente da Luca, come Gesù è stato crocifisso su un pezzo di legno fuori dalla città, abbandonato da tutti eccetto che da poche donne, così, quando è nato il Figlio di Dio, è nato fuori dalla città, rifiutato dalla convivenza umana, è nato in una stalla, nella povertà più assoluta come era povero sul calvario.

La Madonna ci dice che noi dobbiamo fare nostra questa Croce, nel senso di crocifiggere l’uomo vecchio, perché soltanto rinunciando al male, al peccato e convertendoci, noi riusciamo a capire l’amore del Padre Celeste.

La Madonna continua su questo tema dicendo: “Perciò non rifiutate la Croce”, e per molti non rifiutare la Croce significa non rifiutare la fatica, il dolore, il travaglio della conversione, oppure non rifiutare la prove che Dio ci manda, la Croce che Dio ci porge, ma cerchiamo di comprenderla, di accoglierla, perché comprendendo la Croce noi comprendiamo l’amore del Padre Celeste.

Morendo al peccato, moriamo a noi stessi e ci eleviamo a Dio, comprendiamo l’amore di Dio, incominciamo a camminare, non a vagare qua e là smarriti e senza meta, ma cammineremo con Gesù.

Ha detto il Papa all’Angelus di Domenica: “Gesù è il cammino e la meta nel medesimo tempo”, così, la Madonna dice “camminerete con mio Figlio e con me”, dietro a suo Figlio che è la meta e che è anche il cammino.

In questo modo allora sì che noi siamo cristiani, sì che ci distinguiamo dai non cristiani perché in questo modo noi conosceremo l’amore del Padre Celeste, mentre quelli che non accettano la Croce e che non muoiono al peccato anche se sono battezzati, se frequentano la Messa, vanno ai Sacramenti, “Lo ascoltano, ma non Lo comprendono, non camminano con Lui, non L’hanno conosciuto”.

Dice la Madonna - io voglio che non siate cristiani di facciata, che siate non figli di questo mondo, tantomeno figli del maligno, voglio che morendo al peccato, “conosciate la verità di mio Figlio” che è l’amore di Dio che ci viene donato dal Padre, e che “siate miei apostoli” perché diffondiate questo amore di Dio e desidero che siate figli di Dio e quindi che non pensiate umanamente, che non vi lasciate, come dice il Papa, afferrare, compenetrare dalla mondanità spirituale.

C’è una consonanza fra le parole della Madonna e le parole del Papa che è impressionante, sono illuminate ambedue dallo Spirito Santo. La Madonna, nella sua condiscendenza ripete le parole del Papa, perché vuole dire che attraverso il Papa parla suo Figlio.

“Io desidero che voi conosciate la verità di mio Figlio e siate miei apostoli; che, come figli di Dio, vi eleviate al di sopra del pensiero umano e sempre e in tutto cerchiate nuovamente il pensiero di Dio”, cioè vedere le cose dal punto di vista di Dio, con gli occhi di Dio, con il cuore di Dio e così portare questo pensiero di Dio, questa visione di luce, questa visione di amore, questa visione che conforta, questa visione che ci libera, portarla a chi è prigioniero del male.

Per capire tutto questo la Madonna ci dice: “pregate e digiunate”, perché molti dicono: ma come si fa ad aprire il cuore e a elevarsi? Si incomincia a rinunciare al mondo, con la preghiera e con il digiuno noi rinunciamo al mondo, mortifichiamo la fame di mondo, ci prepariamo a rinunciare al peccato e con la preghiera ci apriamo a Dio, così noi potremo comprendere anche le parole della Madonna.

La Madonna ci invita a camminare con i pastori, ad aver fiducia nei pastori, perché sono stati scelti da suo Figlio, a pregare per i pastori, perché hanno bisogno della preghiera, hanno bisogno della Grazia per non pensare secondo il mondo, ma pensare secondo suo Figlio, e perciò, dice - camminate in comunione con loro e insieme con i vostri pastori bramate di conoscere l’amore del Padre celeste.

Facciamo l’esame di coscienza, chiediamo cosa c’è nella nostra vita, che ci impedisce di aprirci all’amore del Padre Celeste, che a Natale viene a noi mediante la tenerezza, la bontà e la semplicità di un bambino, Dio viene a noi come un bambino.

Cosa c’è che ci impedisce di accoglierlo, di portarlo nel nostro cuore come il tesoro prezioso della nostra vita, cosa c’è nel nostro cuore che ci pesa, che ci tieni prigionieri, che ci impedisce di aprirci alla grazia del Natale, facciamo questo esame di coscienza, cerchiamo fin da ora di buttarle fuori dal cuore, queste sporcizie, queste fami, queste voglie, questi risentimenti, queste gelosie, invidie, odi, queste piccinerie, queste cattiverie, guardando la Croce buttiamole fuori, liberiamocene, diamole a Gesù che le distrugga nel suo amore e così ci prepariamo alla Confessione del Natale e alla grazia del Natale.

N.B. Il testo di cui sopra può essere divulgato a condizione che si citi (con link, nel caso di diffusione via internet) il sito www.medjugorjeliguria.it indicando: “ Trascrizione dall’originale audio ricavata dal sito: www.medjugorjeliguria.it “

sabato 7 dicembre 2013

Fra Stanko Ćosić: Riflessione sull’Avvento


Siamo nuovamente in un tempo dell’anno divenutoci caro, nella preparazione al Natale, in Avvento. Questo è un tempo in cui uniamo passato, presente e futuro. Il passato, perché ricordiamo la prima venuta di Cristo, quando Egli ci ha aperto le porte della salvezza, sbarrate dalle catene del peccato. Il futuro, perché guardiamo alla seconda venuta di Cristo, che sarà la piena manifestazione del dono che ora attendiamo vigilanti. Il presente, perché possiamo acclamare con gioia: “Il Signore viene!”, vivendo il presente in tensione verso l’atto della nostra salvezza e della sua venuta finale. Per questo, per i cristiani, il tempo presente è un volgersi alla definitività promessa in Cristo, che dà senso al tempo in cui viviamo e lo trasforma in esperienza dell’eternità. Il tempo è prezioso solo perché ci è donato come occasione per vivere l’eternità. Perciò il tempo perso non è quello in cui abbiamo omesso di fare una cosa, ma quello in cui non siamo stati coscienti della pienezza del tempo. Per questo, in Avvento, abbiamo sempre di nuovo la possibilità di svegliarci, di aprire gli occhi, di vivere la gioia del quotidiano. Il cristiano è un uomo di speranza, che cammina nella vita nella speranza, nella fede e nell’amore.
Dunque, cosa facciamo noi cristiani in Avvento? Attendiamo con impazienza! Vegliamo, speriamo, attendiamo con speranza e con santo timore. Aspettiamo Qualcuno che non sappiamo quando verrà, ma che siamo certi verrà. Perciò è necessario volgere continuamente lo sguardo lontano, guardare in lontananza, da dove sta arrivando ciò che attendiamo. Così, Colui che si aspetta non è solo atteso, ma anche desiderato, benvenuto. Colui in cui spero con tutto il cuore. Nel tempo di Avvento, dunque, non si tratta di un’attesa indifferente, poiché Colui che attendiamo non ci lascia indifferenti. Si tratta di un’attesa impegnata. Il cristiano non sta seduto ad aspettare: egli si leva, volge il suo sguardo desideroso all’incontro con Colui che attende. Questa attesa della venuta del Signore, può essere espressa chiaramente con l’immagine di un bambino che, aspettando con desiderio l’arrivo della madre, apre sempre la porta e controlla, domandandosi se lei non sia già davanti alla porta. Non gli basta aspettare, lui vuole affrettare il suo arrivo e per questo apre la porta, controlla, la chiama… . Attendendo, il bambino vive già l’amore della madre e la comunione con lei. È sicuro che verrà, l’attende con gioia ed è pronto a correrle in braccio, pieno di gioia impaziente per quell’incontro. Ancora, un bambino che attende la madre non permetterà che lei lo rimproveri: metterà in ordine la camera per non dare spazio al rimprovero, che diminuirebbe la gioia dell’incontro con lei. Anche quando sa che sarà rimproverato per mancanze che non può nascondere, il bambino attende con gioia l’arrivo della madre (A.Crnčević, Alle sorgenti della Liturgia).
Cari fedeli, nella vigilanza e nell’attesa gioiosa anche noi viviamo già ora la presenza di Cristo. Il Signore è nato 2000 anni fa: possa ora nascere nel nostro cuore, venire quotidianamente nella nostra vita rendendoci annunciatori di vita nuova, della Buona Novella. Attendiamo impazientemente l’incontro finale con Lui, quando potremo dire con entusiasmo: “Finalmente ti incontro in pienezza”.

giovedì 5 dicembre 2013

CATECHESI DI PADRE MILJENKO


Amici, siete venuti qui a Medjugorje portando con voi tutto quello che siete. In fede. Proprio come veri pellegrini. Nel gazzettino di Medjugorje abbiamo dato un benvenuto. Abbiamo scritto le parole che si rivolgono a ogni pellegrino e dicono: “Ti prego di non dimenticare che stai compiendo un pellegrinaggio. Cos'è un pellegrinaggio? Questa azione è profondamente legata alla tua vita di fede. Infatti è proprio la tua fede che ti ha portato qui. Perciò impegnati a vivere la vita nello spirito durante il tuo soggiorno qui tra noi. Fa sì che in questo luogo di preghiera e riconciliazione il tuo tempo sia ricolmato della grazia divina. Perciò, con particolare devozione e amore, accostati ai sacramenti, all’insegnamento della Chiesa, alla liturgia, considerando tutta la nostra vita terrena come un pellegrinaggio. L’intercessione di Maria sia aiuto nel cammino verso la Patria celeste. Perciò non temere. Rincuorati. Sentiti anche tu in questo luogo di pace come a casa tua, figlio amato della Madre di Gesù. Prega la santa Vergine Maria, affinché ponga su di te le Sue mani premurose, ti rincuori e ti accompagni nella vita con Cristo unico salvatore e redentore di tutto il genere umano”.Avete appena ascoltato le parole di uno dei veggenti che da più di 30 anni, con coraggio e con coerenza, parlano di ciò che è successo e sta succedendo oggi. Tutto ciò che avviene a Medjugorje ha avuto inizio dalla testimonianza di questi ragazzi che vedono la Madonna. Sin dal principio la risposta di questa comunità parrocchiale è stata forte. C’era un regime comunista molto duro. La parrocchia ha aperto il proprio cuore. La gente ha creduto. Poi, pian piano, sono cominciati ad arrivare i primi curiosi che si sono trasformati in persone che pregano. Dal 1981, come vedete anche voi, Medjugorje si è trasformata in un fenomeno mondiale. Un fenomeno di rinnovamento spirituale. Un invito alla pace che non può essere ignorato. Molte persone, venendo così, senza tanti pensieri, si sono rinnovate nella fede. Molti sono guariti nel corpo e nello spirito. Tutti abbiamo bisogno di questa guarigione. Tuttavia bisogna parlare anche di un altro fenomeno, cioè il momento dell’apparizione che continua ancora oggi. E’ sicuramente incomprensibile per noi uomini. I veggenti, come gruppo e singolarmente, in modo convincente hanno affermato in ogni situazione di vedere la Madonna. Tutto ciò che avviene trascende i loro desideri e le loro capacità, come diceva Ivan: “Ogni giorno mi chiedo: ‘Perché a me?’” Essi affermano proprio di vedere la Madonna. Al momento della preghiera appare tre volte una luce e subito, secondo questa testimonianza, viene la Madonna. Loro affermano sempre di vedere la Madonna come noi normalmente ci vediamo gli uni gli altri. Proprio queste testimonianze hanno attirato esperti in medicina e questi incontri con i veggenti confermano quello che hanno rivelato i test psicologici dai primi giorni: mostrano che ai veggenti, nel momento che loro definiscono “apparizione”, accade qualcosa che non può essere spiegato da un punto di vista medico, ma che comunque concorre sempre con quello che affermano loro. Dove terminano le ricerche mediche iniziano quelle di fede e di teologia. Ciò che conta è che i risultati medici escludono malattie e inganni. E’ naturale che la medicina non può rispondere alle domande di questo fenomeno e questo spetta alla teologia e alla mistica. Sapete bene che adesso c’è una commissione del Vaticano che osserva tutto. Siamo molto felici, perché la Chiesa dirà quello che deve dire. Ma quello che noi possiamo affermare è che a Medjugorje si sente un vero culto mariano che ha origini antichissime. Qui non è cominciato qualcosa che non si faceva dalle altre parti del mondo, nella teologia e nella preghiera. Il fatto è che si era dimenticato. Riguardo al culto della beata Vergine Maria lo troviamo già nel Nuovo Testamento, cioè c’è una certa lode e venerazione nei confronti della Madre del Signore. Quando si guarda il culto liturgico della Chiesa primitiva ci sono le formule del simbolo battesimale e delle preghiere eucaristiche dove c’è sempre la Madonna. I primi cristiani vedono nella fede della comunità un prolungamento della fede di Maria, che consiste sempre nella Chiesa cattolica in due elementi fondamentali. Primo: E’ Madre di Dio, scelta da Dio. C’è un omaggio reso all’eccezionale dignità e santità di Maria, Madre di Dio. Secondo, che è stato sin dall’inizio: un appello fiducioso alla Sua intercessione presso Gesù Cristo, unico mediatore e Suo vero Figlio secondo la carne. Abbiamo già una preghiera risalente al terzo secolo che domanda a Maria aiuto per tutti noi nelle necessità di ogni genere e la liberazione da ogni pericolo. Quando guardiamo sulla costa vicino al mare queste cappelle sono tutte nate dalla fede nell’intercessione per liberare dal pericolo che viene dal mare. Nei primi tre secoli della Chiesa è più che notevole la testimonianza delle varie immagini di Maria Santissima che si trovano nelle catacombe romane. Se siete stati là – penso di sì molti di voi – avete potuto vedere proprio in queste catacombe immagini di Maria Santissima che aiutava sempre i fedeli. Più tardi questa figura occuperà il posto centrale nelle absidi delle basiliche e poi, pian piano, questo culto aumenta finchè, con il concilio di Efeso nel 431, si arriverà ad una diffusione grandiosa con la costruzione di basiliche dedicate a Maria. Questa venerazione, che c’è nella Chiesa, venerazione speciale dovuta a Maria per la Sua singolarità di Madre del Verbo incarnato e della Sua cooperazione nella nostra redenzione. E’ per questo che la Chiesa ha sempre sostenuto i fedeli proprio su questa strada, anche sui pellegrinaggi verso la Madonna, Madre di Dio. Come dicevo, da 31 anni 6 testimoni affidabili, sotto giuramento, continuano a testimoniare che dal 24 giugno 1981 fino ad oggi la beata Vergine Maria – Gospa, come La chiamano – appare loro. E’ tutto cominciato là sul monte. Adesso non si vede bene, perché c’è un incendio. Si chiama Krnika. Su questo monte, Podbrdo, dicono di aver visto una donna giovane, bellissima con un bimbo tra le braccia. La prima volta non disse loro nulla. Il secondo giorno all’improvviso balenò una luce e insieme ad essa i ragazzi videro anche la Madonna senza bambino tra le braccia. Dicono che non si può descrivere questa bellezza, questa donna radiosa e sorridente. La definiscono come Amore, quando la senti dentro nell’anima. Proprio nell’anima. E’ molto importante per ognuno di noi quando il terzo giorno si presenta come “la beata Vergine Maria” e poi, quando appare di nuovo, dice: “Pace, pace, pace e solo pace”. Dietro di Lei c’era la croce. Con le lacrime agli occhi ripete due volte che la pace deve regnare tra Dio e gli uomini e in mezzo agli uomini. Questo veramente rimane il messaggio centrale di tutta la vita di Medjugorje, di questo fenomeno. E’ un messaggio fondamentale. Cos’è questa pace? Considerando il fatto che la veggente Marija ha visto la croce dietro alla Madonna mentre dava questo messaggio, vuol dire chiaramente che questa pace può venire solo da Cristo, che è divenuto la nostra pace. La storia dell’umanità conosce più la continuità dei conflitti che la pace. Sembra che il lottare sia costitutivo della natura dell’uomo. Questa durezza per sopravvivere c’è sempre stata, una guerra o un’altra. Il libro della Genesi all’inizio indica bene che siamo di fronte come ad una nuova creazione, cioè il riferimento della colomba nella Genesi che torna con il segno di vita dopo il diluvio è già un messaggio di un compito cristiano. La Madonna conosce la pace nella volontà di Dio, perché per prima ha detto: “EccoMi, sono la serva del Signore. Si faccia di Me come hai detto”. Maria ci insegna questa ammirazione dell’amore. Come deve essere puro il nostro guardare; come deve essere trasparente il vedere; come deve essere la preghiera dallo sguardo puro per far nascere la pace. Guardiamo le nostre esperienze. E’ chiaro che abbiamo poca esperienza di cosa significhi un silenzio profondo. Quello dell’anima che scende anche nel nostro corpo. Quando una completa serenità riempie l’anima. E’ una pace totale che entra nel corpo. Questo si trova quando siamo davanti a Dio. Quando siamo completamente disponibili in un atto di adorazione. La Madonna ci insegna, perché vede la domanda che nasce in ognuno di noi: “Come posso annunciare gioia, pace, riconciliazione, perdono se non fanno parte della mia carne, del mio sangue, del mio essere?” Ma Maria sa anche cosa ha fatto Suo Figlio. Perché è venuta qua? Perché sa che a Dio niente è impossibile. Maria ha seguito gli apostoli e sapeva come Suo Figlio gli aveva trasformati in persone per le quali il mondo non era più un peso, ma una sfida, un luogo con infinite opportunità. Aveva portato gioia e pace nella loro esperienza quotidiana. Cioè aveva trasformato la loro vita in una vita di pace interiore. Cari amici, sicuramente abbiamo pensato, abbiamo sognato così a lungo di noi stessi come persone profondamente amate. Abbiamo sperato una vita di generosità; sperato di diventare persone pronte al perdono, disponibili e sempre gentili. Abbiamo avuto una visione di noi stessi come di persone che portano pace agli altri.Io dico sempre che è duro il fatto di aver perduto questo sogno; siamo diventate persone inquiete, ansiose. Questa perdita di spirito è spesso la più dura da riconoscere e la più difficile da confessare. La Madonna sa bene che la contrizione può svilupparsi soltanto da un cuore contrito. Maria ci chiama proprio per questo: a scegliere una vita di perdono, pace e Amore di Dio. Soprattutto nel sacramento della Riconciliazione. Questa è vera pace: con Dio, con se stessi e con gli altri. Questo è il circolo della pace che viene proprio da Dio. Proviamo a fare questo nel pellegrinaggio. Con l’aiuto della Madonna nella santa Messa e nell’adorazione presentiamo a Cristo la nostra vita. Pur con tutti i conflitti e le delusioni, affidiamo questa nostra vita a Cristo. Confidiamo nel fatto che è stata una vita benedetta e si risolverà nella benedizione di domani per noi, ma anche per gli altri che vivono con noi. Quelli che incontriamo sulle nostre strade di vita. Nella benedizione bisogna lasciarsi totalmente cadere nelle Mani affettuose di Dio. Questa è la più bella esperienza di chi vive la pace interiore attraverso la confessione. Ma la pace che il mondo non conosce non la può dare. Potete andare da tutti gli psicologi, potete fare da soli qualcosa nella testa e nel cuore, ma nel mondo non si trova questa pace. E’ semplice: il mondo non conosce e non può dare questa pace. Questa pace sorpassa ogni senso e conoscenza. E’ così alta, profonda e trascinante. Questa è la vera pace. Pace è quando non hai più bisogno delle domande: “Cosa, come, dove?” E’ il Signore che senti nel tuo cuore. E’ così semplice. Come se non ci fosse mai stata la croce, le tenebre e la morte, gli apostoli hanno avuto una vita nuova, perché è venuto Gesù risorto e ha detto loro: “Pace sia con voi”. Cari amici, fratelli e sorelle, Gesù ha chiesto a Simon Pietro: “Mi ami? Mi ami tu? Mi ami tu che mi hai tradito tre volte?” E lui ha risposto: “Signore, Tu sai che Ti amo”. Il Signore non ha vinto solo la morte e soltanto il peccato, ma ora è nato un patto nuovo con lo Spirito Santo.Vorrei che ognuno di noi rispondesse al suo Dio, al suo Signore, a questa domanda: “ Mi ami? Mi ami in profondità?” Vuoi mettere come Tommaso la tua mano nelle Piaghe? Proprio nella misura in cui metti la mano sta il tuo metro di giudizio di ciò che è possibile a Dio. Nel tuo cuore, carico di orgoglio, puoi leggere l’opinione di Dio a tuo riguardo: mancanza di fede. Questo è il problema più grande che abbiamo adesso. Buttiamo via da noi, dalla nostra persona, dal nostro essere tutti gli idoli! Buttiamo via il freddo e la pietra dal nostro petto! E il Signore ci darà al suo posto un cuore di carne che batterà secondo il Suo Cuore. Ecco, la Madonna vuole offrirci proprio questa bellezza di un cuore nuovo. Perciò non temere. Rincuorati. Sentiti anche tu in questo luogo di pace come a casa tua, figlio amato della Madre di Gesù. PreghiamoLa insieme.Ave Maria.

 

Fonte: idm (Andrea Bianco)

mercoledì 4 dicembre 2013

Commento di Padre Livio al Messaggio a Marija del 25 novembre 2013

"Cari figli, oggi vi invito tutti alla preghiera. Aprite profondamente la porta del cuore, figlioli, alla preghiera, alla preghiera del cuore e allora l’Altissimo potrà operare sulla vostra libertà e inizierà la vostra conversione. La fede diventerà forte così che potrete dire con tutto il cuore: ‘Mio Dio e mio tutto’. Comprenderete, figlioli, che qui sulla Terra tutto è passeggero. Grazie per aver risposto alla mia chiamata."

Commento di Padre Livio di Radio Maria al messaggio del 25 novembre

Come vedete, in questi ultimi messaggi che la Madonna ha rivolto alla Parrocchia, al primo posto c’è sempre l’invito alla preghiera.

Certamente il messaggio più importante che la Madonna ha dato a Medjugorje è il messaggio della conversione.

Ma la conversione non è possibile se non si prega. Cioè la preghiera rende possibile la conversione, potremmo anche dire: incominciare a pregare vuol dire incominciare a convertirsi.

Perché? Perché quando siamo in una situazione di incredulità o di peccato, non siamo in grado di fare il bene, non siamo neanche in grado di convertirci. Però Dio non ci abbandona nel male, non ci abbandona nelle mani del maligno, non ci abbandona quando siamo nel peccato, quando prendiamo la via della perversione, la via della rovina, come la chiama la Madonna, Dio non ci abbandona e ci viene a cercare con la sua Grazia e ci segue quando noi andiamo sulle vie del male.

Lo fa col rimorso della coscienza, ma poi, anche quando noi abbiamo soffocato la coscienza, Dio non ci abbandona, con la sua Grazia semina in noi, cerca uno spiraglio per entrare nel nostro cuore, perseminare inquietudine dentro di noi, per farci capire che stiamo distruggendo noi stessi, per farci capire che inseguiamo false luci, false promesse di felicità, ma che in realtà seguendo le vie del male siamo stati ingannati, siamo infelici, invece di dare la vita l'abbiamo distrutta.

La grazia di Dio dentro di noi opera anche quando siamo sulla via del male, sicché pian piano in noi nasce l'inquietudine, nasce lo scontento di noi stessi, incominciamo pian piano ad avere quel minimo di luce per aprire gli occhi, vedere la miseria della nostra vita, di una vita di peccato, vedere la miseria di una vita sprecata fino ad arrivare alla grazia che Dio opera nei cuori.

Dio opera nei cuori con la sua Grazia che ci è stata ottenuta dai meriti di Gesù Cristo, dalla Sua passione, dalle preghiere di Maria, dalle preghiere della Chiesa, dalle preghiere dei nostri cari che hanno ottenuto questa grazia, che opera perché arriviamo a capire che su quella strada andiamo verso la rovina eterna.

Allora ecco il punto che tocca a noi: quando in noi c'è questa inquietudine

c'è questo scontento di noi stessi, c'è questa angoscia, c'è questa disperazione per cui malediciamo la vita, ecco quella è una situazione che può essere una situazione di grazia, come quando noi, percorrendo una strada che non ci porta da nessuna parte, ad un certo momento ci accorgiamo che andiamo non si sa dove, non si sa neanche se la strada finirà o col pericolo che la strada finisca in un burrone, cosa facciamo? Freniamo, giriamo la macchina e torniamo indietro.

Questo frenare la macchina e tornare indietro, in qualche modo mette in discussione la vita che si è fatta fino a quel momento, aprire gli occhi sulla sua miseria e a questo punto cari amici cosa si fa?

A questo punto si incomincia a pregare: “Signore, ho capito che Ti ho girato le spalle, ho capito che mi sono allontanato da Te, ho capito che sono stato ingannato, che mi sono lasciato sedurre dalle false luci e dalle false gioie” e così pian piano incomincia ad aprirsi il cuore, incomincia ad aprirsi il cuore alla Grazia, questa è la preghiera del cuore.

Allora la Grazia, che prima aveva operato perché noi aprissimo il cuore, adesso può entrare nel cuore, può “operare sulla nostra libertà”.

Non è che Dio ci toglie la libertà, però la grazia può operare sulla nostra libertà, può sostenerla nel fare i passi verso la strada giusta, nel frenare la nostra corsa verso l'abisso, per fermarci, per esaminare la situazione, per prendere la decisione, la decisione di cambiare strada, di cambiare vita, in concreto la decisione di tornare a Dio!

E allora nel momento in cui Dio avrà lavorato nel nostro cuore, ci ha fatto capire che siamo in una strada sbagliata, nel momento in cui noi incominciamo a dire: “Signore aiutami, perdonami, dove sono andato a finire è colpa mia, ti chiedo perdono, aiutami ad uscire fuori da questa palude nella quale sto affogando”, allora in quel momento: “l'Altissimo può operare sulla vostra libertà”.

Perché? Perché quando pecchiamo, siamo schiavi del peccato, allora la Sua grazia ci aiuta piano piano a rinvigorire il nostro libero arbitrio che è in uno stato comatoso, come dice Gesù: “Chi fa il peccato è schiavo del peccato”. Piano piano la Grazia rafforza la nostra libertà, ci aiuta a fare i primi passi sulla via giusta, sulla via della salvezza e così inizia la nostra conversione.

Bellissimo, cari amici, vedete in poche parole la Madonna ha descritto quel processo che molti di noi hanno sperimentato nel loro cuore.

Dice: “Aprite profondamente la porta del cuore, figlioli, alla preghiera, alla preghiera del cuore e allora l’Altissimo potrà operare sulla vostra libertà e inizierà la vostra conversione”.

E così perseverando su questa strada, la nostra fede, che prima era un lumicino che si stava spegnendo, diventa più forte e ci aiuterà a uscire fuori dalla vanità di questo mondo, dalle trappole di questo mondo, dalle false luci di questo mondo, dalle false sicurezze, dalle false ricchezze, dalle false gioie e capiremo che solo in Dio c'è la forza, c'è la luce, c'è la grazia, c'è la fortezza, c'è la sicurezza e c'è la felicità e diremo anche noi, la Madonna cita San Francesco, “Mio Dio e mio tutto”.

Cioè dovremo arrivare a dire “Mio Dio”, cioè siamo tornati a Dio, “mio tutto”, “ho lasciato la zavorra, mi sono attaccato solo a Te, ho lasciato le creature, mi sono ancorato al Creatore” e così capiremo che quella rete nella quale eravamo rimasti impigliati e cose passeggere ci impedivano di volare in alto. Eravamo come zanzare, come uccelli che erano intrappolati in una rete, come zanzare che erano state fermate dalla ragnatela del ragno, adesso, cari amici, abbiamo spiccato il volo verso l'alto, vediamo la terra da lontano e diciamo “tutto è passeggero”.

”Grazie per aver risposto alla mia chiamata”.

Questo messaggio è un capolavoro di vita spirituale!

Fonte: “Trascrizione dall’originale audio ricavata dal sito: www.medjugorjeliguria.it “

“Dopo tanto dolore ho trovato la pace a Medjugorje”


Gabriella Belotti ha avuto una vita difficile: la sua storia è stata schiacciata dal dolore, segnata dalla scomparsa delle persone care: perse la madre da bambina, poi il padre, l’amore della sua vita Roberto e il figlio, morto nel suo grembo prima di nascere. Seguì la disperazione, accompagnata da tre tentativi di suicidio. Poi, però, cominciò a vedere dei segni che le arrivavano da Roberto e che l’hanno portata a Medjugorje, dove ha trovato la pace e ha ritrovato Dio. Eccovi la sua testimonianza che ho estrapolato dal sito Bergamo News (articolo di Paolo Ghisleni)


La mia vita è stata segnata dal dolore. Dopo aver perso le persone a me più care, i miei genitori, mio marito Roberto, l’amore della mia vita, e nostro figlio, morto prima di nascere, ho pensato di impazzire. Ero in preda alla disperazione, ma Roberto non mi ha mai lasciata sola: ho cominciato a notare dei segni, che lui mi mandava e che mi hanno portato dalla Madonna di Medjugorje, dove ho trovato la pace e riscoperto Dio”. Con queste parole Maria Gabriella Belotti, di Gorlago, comincia a illustrare la sua storia, la storia della sua rinascita dopo tanta sofferenza, contenuta nel suo libro “Tu sei qui!!!”, che sta presentando in diversi paesi e città, i cui proventi verranno devoluti in beneficenza.
Gabriella Belotti spiega: “Da bambina, all’età di 5 anni, ho perso mia madre in un incidente stradale: ha sacrificato la sua vita per salvarmi. Erano circa le 20 del 4 ottobre 1966, io e mia mamma eravamo andate a trovare mio padre sul luogo in cui stava lavorando per costruire una nuova casa, dove saremmo andati a vivere. Aveva immaginato come realizzarla per la sua famiglia con tanto amore. Siamo arrivate in motocicletta al cantiere e lei è scesa per andare a salutarlo, mentre io mi ero appisolata sul serbatoio. Tutto era tranquillo, fino a quando, all’improvviso, sulla strada è comparsa un’automobile e mia madre l’ha vista avvicinarsi a me a grande velocità. Ha avuto solo il tempo di urlare “Mio Dio, la bambina!”, e subito si è precipitata verso di me e mi ha sollevato sopra la sua testa. Mio padre ha assistito alla scena: ha visto mia madre lanciarmi in aria mentre il suo corpo finiva attorno alla ringhiera, accartocciato dall’auto impazzita, mentre la motocicletta ha fatto un volo di 80 metri. È successo tutto in pochi secondi, è stato un attimo che ha cambiato per sempre la mia vita. Mia madre era morta a 41 anni, solo due giorni dopo il mio compleanno. In quel tratto la strada era rettilinea e noi eravamo contro la recinzione, mi chiedevo in continuazione perchè era accaduto tutto questo. L’autista che ci aveva investite fece 18 mesi di carcere, poco più di un anno, e gli venne ritirata la patente. Non l’abbiamo visto e nemmeno ci ha mai fatto un cenno di scuse per quello che ci aveva fatto”.
Dopo la perdita della madre, Gabriella andò in collegio. La signora Belotti prosegue: “Mio padre faceva il fotografo e nel tempo libero doveva dedicarsi al lavoro per la costruzione della nuova casa, non sarebbe riuscito a occuparsi di me e della mie altre tre sorelle. Eravamo due bambine e due adolescenti. Io e la mia sorellina, così, andammo in collegio. Ho sofferto molto la separazione dalla mia famiglia, spesso mi sentivo sola e triste. Dopo 9 anni tornai a casa e, insieme a mio padre, vissi anni felici fino a quando, in seguito a un arresto cardiaco, la notte del 3 maggio 1984, mio papà morì tenendomi la mano. Avevo temuto la sua scomparsa fin dall’infanzia e ora era successo. Poco dopo, il matrimonio con il mio primo marito, che non aveva convinto mio padre, finì perché io cercavo una famiglia mentre lui pensava soprattutto al pallone e alla sua vita. Quindi, mi dedicai profondamente al lavoro”.
Dopo un periodo difficile, però, trovò l’amore della sua vita. Gabriella spiega: “Il 18 giugno, giorno di compleanno di papà, decisi di cambiare auto. In concessionaria incontrai Roberto, con cui ci scambiammo alcune battute sull’auto che avevo scelto, prendemmo un caffè insieme e cominciammo a frequentarci. Era l’uomo perfetto: avevamo molte passioni in comune e anche lui voleva formare una famiglia dopo la fine di un matrimonio precedente. Eravamo molto felici e, dieci anni dopo esserci conosciuti, ci sposammo. Decidemmo di acquistare una casa in Sardegna, a Porto San Paolo. È stato un periodo sereno fino a quando, il 1 dicembre 2008, Roberto perse la vita in un incidente stradale. Ero disperata, mi sembrava di impazzire. Cominciai a bere e per tre volte tentai di suicidarmi, fermata solo dall’immagine della nostra cagnolina Brici che, poi, morì a causa di una malattia”.
Accanto a tutta questa sofferenza, Gabriella cominciò a notare “strane” coincidenze. La signora Belotti afferma: “Iniziai a vedere dappertutto l’automobile di Roberto, a sentire il suo nome ovunque, a scorgere cuori di pietre e cuori di vetro. Imparai a decodificare questi segni, che divennero un linguaggio naturale e l’unica cosa che mi tennero viva. Sono i segni che poi mi hanno portato a Medjugorje”.
La chiamata per andare a Medjugorje è arrivata in Sardegna. Gabriella dichiara: “All’aeroporto la mia attenzione è stata attratta da un libro che parlava della Madonna di Medjugorje: era datato Torino, dicembre 2008, ovvero la città natale di Roberto, il mese e l’anno della sua morte. In Sardegna l’immobiliarista mi propose uno scambio casa e un giorno mi ha portato a vederne una in collina. Nel giardinetto antistante l’abitazione c’erano due cuori di pietra, un crocifisso con Gesù Cristo e una Madonna, Regina della Salvezza, e a fianco una statuetta di Sant’Antonio, protettore degli orfani e delle vedove, come me. Il giardinetto era sorto perchè in quella villa, tempo fa, ci fu un incendio, dove morirono due persone. Verso sera, infine, la casualità mi ha portato davanti a un evento su Medjugorje. Cresceva in me il desiderio di andarci: partii il giorno di Pasqua 2011, che segnò la mia rinascita”.
A Medjugorje ha ritrovato la pace. Gabriella evidenzia: “Mentre stavo salendo sulla collina del Podbro vidi un cuore nella terra, un cuore di pietra e sentii una voce dirmi “È per te”. L’ho preso e l’ho pulito dalla terra: era perfetto e, sul retro, aveva l’immagine di un agnello. Lo strinsi a me e piansi, tra gioia e dolore. A un certo punto mi sentii leggera, impotente e mi addormentai. Quando mi svegliai ero diversa, mi sentivo bene: cominciai a recitare il rosario con quella corona che avevo preso solo perchè ce l’avevano tutti gli altri e non volevo più scendere da quel colle. La sera, poi, dalla camera del mio albergo, vidi una nuvola con il viso di un uomo, era il Padre. La mia vita cambiò e sentii l’amore di Dio, dal quale, dopo tanto dolore, prima, mi ero allontanata. Anche mio figlio, avuto con Roberto, morto prima di nascere nel mio grembo, aveva bisogno di un gesto d’amore, così gli diedi un nome e una benedizione, un battesimo spirituale e lo chiamai Emmanuel. Alla fine, l’amore aveva vinto sul male e sul dolore, Dio mi era stato vicino: capii che, come la primavera ci prepara all’estate e l’autunno all’inverno, Dio ci prepara il banchetto della vita eterna e della felicità. Ho raccolto la mia testimonianza nel libro “Tu sei qui!!”, dove tutto è documentato, per testimoniare la presenza di Dio nella nostra vita”.
Paolo Ghisleni

 

Grazie a Vittorio per la segnalazione